Alphanovel

Novelas románticas

Book cover
Actualizado

Non dirlo a mio fratello

  • Género: Romance
  • Autor: Moonquill
  • Capítulos: 8
  • Estado: En curso
  • Clasificación por edades: 18+
  • 👁 2
  • 5.0
  • 💬 0

Anotación

Vivian è conosciuta nella sua città come la ragazza che evita tutti: fin dai tempi del liceo e dell’università non ha mai avuto amici ed è sempre rimasta da sola. Finché non si ritrova a dover viaggiare con la squadra di calcio di suo padre per le partite di campionato, per sostenere suo fratello, che gioca in squadra. Quello che non sa è che si innamorerà proprio della persona di cui non le è permesso innamorarsi: il migliore amico di suo fratello, la stella della squadra di calcio, Keith… e che i suoi amici hanno scommesso con lui che riuscirà a toglierle la verginità.

Capitolo 1

«Stai di nuovo scarabocchiando sciocchezze?»

La voce di mio padre interrompe i tratti di matita prima ancora che mi renda conto di aver smesso di disegnare. Alzo lo sguardo verso di lui, con il quaderno da disegno appoggiato sulle ginocchia, mentre il rumore dello stadio mi torna in mente tutto d’un tratto: fischietti, tacchetti sull’erba, qualcuno che urla per chiedere un passaggio. L’allenamento di calcio.

«Non sono sciocchezze, papà.»

«Hai venticinque anni.» Incrocia le braccia, mentre sul suo volto si dipinge quella familiare espressione esasperata, la stessa che ha da quando avevo diciannove anni e gli dissi che non sarei andata all’università per studiare qualcosa di pratico. «Sei ancora ossessionata da questa storia del disegno.»

«È la mia carriera», dico, per quella che mi sembra la centesima volta solo quest’anno. «La gente mi paga per questo. Soldi veri. Non capisco perché se ne debba ancora discutere.»

Mi fa un cenno con la mano, voltandosi già verso il campo, avendo già smesso di discutere perché sa esattamente quanto io sia testarda. È questo il bello di mio padre: combatterebbe contro il mondo intero per me, ma non contro di me.

È così da quando avevo nove anni, da quando siamo rimasti solo noi due e Luther contro tutto il resto.

Lo guardo correre verso il campo, con il fischietto già tra i denti, e lascio vagare lo sguardo sulla squadra sparpagliata sull’erba mentre fa gli esercizi di allenamento. Luther mi vede per primo.

Mio fratello alza una mano in un rapido cenno, e io ricambio, un po’ goffamente, un po’ in ritardo, come faccio sempre quando vengo sorpresa a fissare il vuoto. Fa parte di questa squadra da anni. Ancora nessun titolo di campionato al suo attivo, anche se non per mancanza di impegno.

So esattamente di chi è la colpa.

Keith Colton passa di corsa davanti alle tribune come se l’aria intorno a lui gli appartenesse, sorridendo per qualcosa che ha detto uno degli altri ragazzi, con i tacchetti che sfiorano appena il terreno. Una star locale. Il capitano della squadra. Il motivo per cui la mensola dei trofei di mio fratello rimane mezza vuota ogni stagione. È fastidiosamente bravo e, peggio ancora, lo sa.

Abbasso lo sguardo sul mio album da disegno.

C’è il suo profilo, a metà, la mascella inclinata al punto giusto, la curva del collo colta a metà movimento.

È solo uno studio. Ha una bella struttura ossea, tutto qui. Chiunque abbia occhio per le proporzioni disegnerebbe un viso come il suo: non è una questione personale, non significa nulla.

La palla arriva volando prima che io riesca a convincermi ulteriormente, sbattendo a terra a un piede dalle mie scarpe da ginnastica, rimbalzando con forza contro la ringhiera della tribuna.

«Prendila, Vivi!», grida papà, senza nemmeno voltarsi.

Sento la squadra ridere: Patrick, con la faccia paonazza, le mani sui fianchi dopo aver chiaramente lanciato troppo lungo. Sospiro, mi infilo il blocco da disegno sotto un braccio e scendo i gradini, borbottando tra me e me per tutto il tragitto. Sono un’artista, non una raccattapalle. Nessuno in questo stadio sembra ricordarselo.

Raccolgo la palla dall’erba e la lancio di nuovo verso il campo con più forza del necessario. La squadra si precipita subito a recuperarla, un muro di corpi che si muove all’unisono, e qualcuno mi si schianta dritto contro la spalla prima ancora che io riesca a vederlo arrivare.

Ovviamente doveva essere proprio lui.

Il mio album da disegno mi vola via dalle mani.

«Ma che ti prende?» sibilo, barcollando, con il palmo della mano che raschia contro il manto erboso mentre cado a terra.

Keith ride – ride davvero, con una risata allegra e spensierata, come se placcare degli sconosciuti fosse per lui una cosa del tutto normale in un martedì qualsiasi – e mi tende una mano per aiutarmi ad alzarmi. La ignoro, rialzandomi da sola, ed è allora che vedo dove sta guardando.

Il mio album da disegno. Aperto. Il suo volto che fissa entrambi, disegnato a grafite.

Il calore mi inonda le guance così in fretta da farmi quasi girare la testa.

Mi ci avventi prima che possa farlo lui, stringendolo al petto come se fosse qualcosa che vale la pena proteggere, cosa che – a quanto pare – è.

«Mi stavi disegnando?» Il suo sorriso si allarga ancora di più, fin troppo compiaciuto, fin troppo vicino.

«No.» La parola mi esce più tagliente di quanto volessi, tutta a denti stretti.

«Quello era chiaramente il mio viso.»

«Chiaramente no.»

«Vivian.» Pronuncia il mio nome lentamente, in tono provocatorio, come se lo stesse assaporando, e qualcosa nel mio petto reagisce prima che il mio cervello riesca a fermarlo. Lo detesto. Lo detesto tantissimo.

«Ho cose migliori da disegnare», sbotto, voltandomi già dall’altra parte, cercando invece Luther con lo sguardo nel campo – qualsiasi cosa che non sia la stupida faccia compiaciuta di Keith Colton a due piedi dalla mia.

Il fischio di mio padre squarcia l’aria. È ora della pausa.

Luther arriva di corsa, tirandosi su la maglietta per asciugarsi il sudore dalla fronte, e si lascia cadere sull’erba accanto ai gradini della tribuna come se non avesse corso per gli ultimi quaranta minuti di fila.

«Tutto bene?», mi chiede, indicando con un cenno del capo la macchia d’erba sul mio ginocchio.

«Bene. Sinceramente non capisco perché papà mi trascini a queste cose ogni settimana.»

«Manodopera gratuita», dice Luther, sorridendo, e io gli do una gomitata sulla spalla, lui ride, e per un secondo è tutto facile: solo noi due, come è sempre stato, da quando eravamo bambini ed eravamo solo noi due e papà contro il mondo intero.

Poi do un’occhiata oltre lui.

Keith è rannicchiato con Patrick e Ian vicino al palo della porta, con le teste vicine e le voci basse. Patrick dice qualcosa e sorride. Ian mi lancia un’occhiata da sopra la spalla, poi distoglie rapidamente lo sguardo, trattenendo una risata.

Anche Keith guarda da quella parte – confuso per mezzo secondo, come se stesse cercando di capire la battuta che è appena stata fatta.

Poi il suo sorriso si allarga, lento e deciso, rivolto direttamente a me, come se all’improvviso fossi la battuta finale di qualcosa di cui non mi è stata nemmeno spiegata la premessa.

Mi si stringe lo stomaco. Ho un brutto, bruttissimo presentimento.

«Che succede?» chiedo a Luther, indicando con un cenno del capo il gruppetto senza voler davvero attirare la sua attenzione su di loro.

Luther segue il mio sguardo, aggrottando leggermente la fronte, poi alza le spalle. «Non ne ho idea. Probabilmente qualche stupida sfida. Ignorala.»

Ci provo. Ci provo davvero. Ma gli occhi di Keith restano fissi su di me un attimo di troppo, con quel sorrisetto che si rifiuta di svanire. E so già che quella sfida riguarda me.

Keith Colton, la stella della squadra di calcio, sta tramando qualcosa contro di me, e qualunque cosa sia, il campione mi ha preso di mira.

Capitolo 2

Il gruppetto si scioglie prima che io riesca a capire cosa significhi; Patrick e Ian si disperdono verso la porta, mentre Keith se ne va trotterellando con quello stesso ghigno irritante ancora stampato sul volto. Mi siedo di nuovo sul gradino della tribuna, con il blocco da disegno stretto al petto, e cerco di scrollarmi di dosso quella sensazione che mi striscia lungo la nuca.

Non è proprio paura, ma ci va abbastanza vicino da farmi venire la pelle d’oca, tanto da farmi continuare a lanciargli occhiate anche quando mi ripeto di non farlo.

Non se ne va.

«Stai di nuovo fissandomi in quel modo strano», dice Luther, lasciandosi cadere accanto a me con la bottiglia d’acqua in mano.

«Quale “strano modo di fissare”?»

«Quella in cui sembri che tu stia cercando di dare fuoco a qualcosa con la mente.» Mi guarda socchiudendo gli occhi. «Che cosa è successo?»

«Non è successo niente.» Distolgo lo sguardo, verso il campo, verso qualsiasi posto che non sia il

Heroes

Usa AlphaNovel para leer novelas en línea en cualquier momento y en cualquier lugar

Entra en un mundo donde podrás leer historias y descubrir las mejores novelas románticas y de hombres lobo alfa que merecen tu atención.

QR codeEscanea el código QR y ve a la aplicación de descargas