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La rivincita dell'ex moglie

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Anotación

Jenny ha trascorso 30 anni ad aiutare suo marito a costruire il suo impero societario, rimanendo al suo fianco come una moglie fedele e dandogli tutto ciò che aveva... solo perché Joe la tradisse con la sua giovane assistente. Con il cuore spezzato, Jenny si rende conto di aver passato la maggior parte della sua vita a lottare per un matrimonio che non è mai sembrato amore, ma solo qualcosa di umiliante e doloroso. Così decide invece di costruirsi una vita tutta sua. Lotterà in tribunale per l'impero societario condiviso durante il divorzio, e il suo inaspettato alleato sarà il CEO rivale del suo ex marito, Bill Matte...

Capitolo 1

«Ma sei fuori di testa?!»

I numeri sullo schermo non mentono, ma a Joe non sono mai importati granché i numeri.

«Spiegami», ripeto, facendo scivolare il tablet sulla sua scrivania, «in che modo cedere il trenta per cento dei nostri contratti di spedizione a un’azienda che è stata citata in giudizio due volte per frode sia un buon affare».

Joe non guarda nemmeno il tablet. Si appoggia allo schienale della sedia, con la pelle che scricchiola sotto di lui, e mi rivolge quel sorriso che lui ritiene affascinante.

«È una questione di rapporti, Jenny. Io e Marcus ci conosciamo da una vita.» Lo dice come se questo risolvesse tutto, come se la storia contasse più dei numeri che sanguinano in rosso sulla pagina.

«Tu e Marcus giocate a golf», sbotto, con la mia voce che squarcia il silenzio dell’ufficio. «Quella non è una relazione, è un peso con un ferro nove».

«Attenta», mi avverte, sporgendosi in avanti, con la mascella serrata.

Ho tenuto in vita questa azienda per vent’anni mentre lui stringeva mani e posava per le foto.

Ho letto ogni contratto, ho rincorso ogni pagamento in ritardo, ho partecipato a ogni riunione del consiglio di amministrazione a cui lui non si è presentato perché doveva giocare a golf, o pranzare, o perché l’ego di qualche altro uomo aveva bisogno di essere gratificato.

Ne ho abbastanza di stare attenta.

«No», dico, con tono piatto e duro. «Stai attento tu. Perché se firmi questo, lo riporterò personalmente al consiglio e mostrerò loro esattamente quanto denaro ci costerà.»

Joe si alza così di scatto che la sua sedia rotola all’indietro e urta contro la finestra. «Questa è ancora la mia azienda.»

«Allora comportati come se fosse tua invece che mia!», ribatto, con le mani che tremano per la rabbia che ho tenuto dentro per due decenni. «Ho costruito metà di ciò che c’è in questo edificio, Joe. Non posso tirarmi indietro quando si tratta di sistemare i tuoi pasticci.»

«Pensi di aver costruito tutto questo?!» Ride, con una risata secca e crudele, aggirando la scrivania finché non è così vicino che riesco a sentire il profumo del suo profumo, costoso e soffocante. «Pensi che siano stati i fogli di calcolo a costruire un impero?»

«Qualcuno doveva pur farlo», dico, rifiutandomi di indietreggiare. «Mentre tu eri là fuori a fare da volto, io ero la spina dorsale.»

I suoi occhi si incupiscono, quel tipo di oscurità a cui ho imparato a prepararmi, ma invece di aggiungere altro si limita a prendere la giacca dalla sedia.

«Firmalo o no», mormora. «Ho finito di discutere con te.»

«Joe...»

La porta sbatte prima che io finisca di pronunciare il suo nome, il vetro vibra nel telaio con tale forza che sussulto.

Rimango lì un attimo, respirando a fatica per la stretta al petto, quando Robert entra dalla porta che Joe ha lasciato socchiusa.

«Ho sentito delle urla», dice con cautela, chiudendo la porta dietro di sé.

«Hai sentito che cercavo di impedirgli di mandare in fumo questa azienda», dico, lasciandomi cadere sulla sedia e massaggiandomi le tempie.

Robert mi posa davanti una tazza di caffè, proprio come fa ogni mattina da otto anni, e tira fuori una sedia di fronte alla mia scrivania.

«L’accordo con i Reyes?», chiede.

«L’accordo con i Reyes», confermo. «Vuole firmare con loro entro venerdì».

Robert fa una smorfia. «Quell’azienda è un disastro, Jenny. Due cause legali, una rivolta degli azionisti la scorsa primavera...»

«So di cosa si tratta», dico, con tono più tagliente di quanto volessi. Mi addolcisco, perché nulla di tutto questo è colpa sua. «Mi dispiace. Non posso permettergli di farlo. Sono vent’anni che costruisco questo impero mentre lui era così sicuro che fosse tutto merito suo, Robert. Non starò a guardarlo mentre lo riduce in cenere solo perché deve un favore a qualcuno».

«Allora lo fermiamo», dice Robert semplicemente, come se fosse la cosa più facile del mondo.

Lo guardo, osservo la fermezza sul suo volto che non sembra mai vacillare, indipendentemente da quanti guai io lo trascini dentro.

«Lo fermiamo», ripeto. «Recupera tutti i contratti che Reyes ha firmato negli ultimi tre anni. Voglio sapere esattamente con cosa abbiamo a che fare prima di venerdì.»

«Ci penso io», dice, già in piedi, già in movimento come se fosse un martedì qualsiasi. Alla porta si ferma, lanciandomi uno sguardo con quel tipo di preoccupazione che non ha mai imparato a nascondere. «Tutto bene?»

«Starò bene», rispondo, e per una volta ci credo quasi anch’io.

Quando esco dal parcheggio, il sole è già abbastanza basso da tingere d’oro l’autostrada, e il mio telefono sta già squillando dagli altoparlanti dell’auto. Il nome di mamma illumina il cruscotto.

«Ciao, tesoro», dice quando rispondo, con la sua voce calda come è sempre stata, paziente, attenta, come se avesse paura di insistere troppo. «Come vanno le cose tra te e Joe?»

«Va tutto bene, mamma», rispondo d’istinto, mentre la bugia mi scivola fuori liscia come la seta. «È stata una settimana impegnativa, tutto qui.»

«Dici sempre “va tutto bene”», dice, e percepisco la preoccupazione che si nasconde dietro quelle parole, la stessa preoccupazione che si porta dietro da anni. «Hai dato tutto a quel matrimonio, Jenny. Voglio solo sapere se ti ha dato qualcosa in cambio.»

Mi si stringe la gola. «Va tutto bene. Noi stiamo bene.»

«Se mai avessi bisogno di parlare...»

«Lo so, mamma. Ti voglio bene. Ti chiamo questo fine settimana», dico, spostando la conversazione su un terreno più sicuro prima che possa farmi crollare nel bel mezzo del traffico.

«Ti voglio bene anch’io, tesoro. Guida con prudenza.»

Riattacco e lascio che il silenzio si insedi, quel tipo di silenzio che ho imparato a riempire con rassicurazioni che non provo.

La casa è buia quando imbocco il vialetto, tranne che per la luce che filtra dalla finestra al piano di sopra, quella della nostra camera da letto.

I miei tacchi ticchettano sul marmo dell’atrio mentre salgo le scale, già provando a mente cosa dirò su Reyes, su Robert che ha ritirato i contratti, sulla rabbia che ancora ribolle nel mio petto.

Spingo la porta della camera da letto.

E ogni parola che stavo per dire mi muore in gola.

Joe è lì, con la camicia aperta, e Anna, mia sorella, è sotto di lui, con le mani serrate nelle lenzuola che avevo scelto io stessa; entrambi sono immobili a metà del movimento mentre la porta si spalanca e la luce del corridoio inonda ciò che vent’anni della mia vita sono finalmente diventati.

Il tablet mi scivola dalle dita e cade a terra, lo schermo si incrina al centro, e nessuno di noi due si muove per raccoglierlo.

Mio marito, con cui sono sposata da vent’anni, mi tradisce con la mia sorellina.

Capitolo 2

«Vattene», dico, con la voce che trema così forte da non riconoscerla quasi più.

Anna si affretta a prendere il lenzuolo, tirandoselo addosso, ma Joe non si muove con la stessa urgenza. Si mette a sedere lentamente, quasi annoiato, come se avessi interrotto qualcosa di molto meno catastrofico di ciò che sto vedendo.

«Jenny...», inizia Anna, con la voce che le si spezza.

«No», sbotto, con lo sguardo ancora fisso su Joe. «Non osare pronunciare il mio nome».

Joe finalmente si alza, tirandosi addosso la camicia senza però preoccuparsi di abbottonarla, e sul suo volto non c’è traccia di vergogna, né quel panico che mi aspetterei da un uomo sorpreso a distruggere il proprio matrimonio nel letto che abbiamo condiviso per quindici anni.

Sembra quasi sollevato, come se un segreto che si portava dietro lo avesse finalmente liberato.

«Da quanto tempo», chiedo, con la voce ormai poco più che un sussurro, la rabbia troppo grande per poterla esprimere ad alta

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